La ricchezza del patrimonio storico e artistico dei borghi d’Italia non cessa mai di sorprendere. Amatrice, ad esempio. Il paesino laziale è  stato per anni legato al nome di uno dei piatti più gustosi della cucina italiana e oggi che la vicenda del terremoto lo pone al centro delle cronache – garantendogli una tragica notorietà internazionale – scopriamo con stupore l’importanza del suo patrimonio artistico. Non solo aria buona e spaghetti, dunque, ma un passato carico di storia in cui la città si vide persino riconosciuto il privilegio di battere moneta. Ce lo racconta un numismatico italiano di grande e riconosciuto valore, Fiorenzo Catalli che da oggi inizia a collaborare col nostro blog postando preziose pillole di storia della moneta. 

Una delle varianti del "Cavallo di Amatrice"

Una delle varianti del “Cavallo di Amatrice”

 La Zecca di Amatrice

Amatrice fu elevata a rango di città nel 1486 per volontà di d’Ferdinando I d’Aragona (sul trono dal 1458 al 1494) ed ottenne in quell’anno dallo stesso sovrano il privilegio di battere moneta. Il dono del re rappresentò la ricompensa alla città per essergli rimasta fedele durante la Congiura dei Baroni (1485) fomentata da Papa Innocenzo VIII (1484-1492) per togliere di mezzo la dinastia aragonese e restaurare la dinastia angioina. Il diritto a battere moneta fu confermato dal successore di Ferdinando, Federico III d’Aragona (1496-1501).

Della produzione della zecca di Amatrice conosciamo un solo nominale, il cavallo, introdotto proprio da Ferdinando I d’Aragona, nel 1472, per sostituire i vecchi denari di bassa lega d’argento. Il nome deriva dall’animale raffigurato nel rovescio ma poi il termine passò a denominare altre monete dello stesso valore di bassa lega.

Il Cavallo di Amatrice, quasi certamente battuto materialmente nella zecca di Aquila, la più vicina ed accreditata del Regno, in rame, porta al diritto il ritratto del Re con la legenda FERRANDVS REX, mentre al rovescio attorno alla figura del cavallo è la legenda FIDELIS AMATRIX. Nello spazio sottostante è la lettera M tra due rosette. Se ne conoscono più varianti, è piuttosto raro e non compare da anni nei cataloghi d’asta. Due esemplari sono segnalati nella collezione numismatica del Museo Archeologico di Napoli, un diverso esemplare doveva far parte della collezione Gnecchi e almeno 13 esemplari (11 a nome di Ferdinando e 2 a nome di Federico III) sono documentati nella Collezione Reale