A. Bōcklin, L’isola dei morti (Die Toteninsel) – III versione Berlino, Alte Nationalgallerie, 1883

Arnold Bōcklin, L’isola dei morti (Die Toteninsel) – III versione, 1883
Berlino, Alte Nationalgallerie

Novembre, il mese più cascante dell’anno, coperto da uno scuro e umido mantello arriva con i suoi miti di morte, di putrido e di senescente. L’Oltretomba si fa vicino alla nostra realtà, al punto che quasi riusciamo a toccarlo allungando un dito.

L’autunno nel nostro immaginario porta con sé malinconiche immagini di commiserazione e tristezza che, uniti alla sempre maggiore durata del buio, evocano idealmente il Regno dei Morti. Pochi di noi, invece, pensano che questo momento non sia solo la fine della vita ma che possa coincidere con una rinascita: tutto torna alla terra e da questa si restituisce, tutto si trasforma perché il fiore, la pianta, gli alberi sono l’esatto simbolo di un continuo rinnovamento: essi “erano, sono e saranno”, in un perpetuo e continuo divenire.

È per questo che l’uomo ha visto nelle piante il tramite di comunicazione fra il “qui-e-ora” e l’oltretomba, un punto di contatto fra il mondo dei vivi e quello dei morti: attraverso la chioma, in costante elevazione verso il cielo, l’albero mette in comunicazione l’uomo con la sua vita terrena, mentre con le radici lo proietta verso il mondo oscuro, sotterraneo. È da qui che poi riparte con nuovo slancio ed impeto verso l’alto, in una ciclica costanza cosmica.

La morte non abbandona mai il giardino e quest’ultimo se ne nutre costantemente con avidità, rispetto e gratitudine, conscio che le continue dipartite sono in realtà l’inizio di continue rinascite.

Gianbattista. Tiepolo, Morte di Giacinto Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza, 1752

Giambattista Tiepolo, Morte di Giacinto, 1752
Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza

Il bisogno dell’uomo di eternizzare per superare l’inspiegabile, ha fatto nascere le più belle storie della mitologia, storie in cui il trapasso non è visto come il dolente abbandono della vita terrena ma piuttosto come il suo apice, a degno onore e a eterna memoria delle vicende mortali. In questi miti le metamorfosi altro non sono che il premio concesso ai protagonisti da divinità commosse dalle loro passioni o sventure.

A simboleggiare le lacrime versate per l’amore non corrisposto verso il padre, Mirra viene trasformata in un albero che secerne stille di preziosa resina. Resina ritenuta da tradizioni successive un emblema delle sofferenze patite per la redenzione eterna.

Zeus dona alla bellissima Dafne fattezze d’alloro per consentirle di sfuggire alla dirompente passione del dio del sole. Giacinto, amato da Apollo ma da questi inavvertitamente ucciso, viene risarcito con la metamorfosi in un bellissimo fiore porpora, colore del suo sangue versato. E non si può certo dimenticare l’accecante bellezza di Narciso (il cui nome in greco significa “stordimento”) – vittima sacrificale di se stesso – trasformato nella tenera bulbosa fissata in un eterno ed estasiato inchino.

G. Benczúr, Narcissus, 1881 Budapest, Magyar Nemzeti Galéria

Gyula Benczúr, Narcissus, 1881
Budapest, Magyar Nemzeti Galéria

Il cipresso, simbolo funereo vegetale per antonomasia, è legato alla vicenda di Ciparisso, che uccide inavvertitamente il suo amato cervo dalle corna d’oro. Lo strazio del giovane è tale che Apollo gli concede di mostrare un lutto eterno: i capelli si trasformano in ispida chioma e il suo corpo irrigidito prende a svettare. E il dio, rattristato, conclude così: “Da noi pianto sarai e gli altri piangerai vicino a chi soffre” – [Metamorfosi, X].

Domenichino, La trasformazione di Ciparisso, 1616-18 Londra, National Gallery

Domenichino, La trasformazione di Ciparisso, 1616-18
Londra, National Gallery

L’eterna contesa fra il regno dei morti e quello del costante rifiorire si ritrova nel mito di Persefone, il cui rapimento a opera di Ade induce la madre, Demetra, dea della fecondità e delle messi, a minacciare di rendere la terra infeconda sino a quando non le verrà restituita la figlia. L’intervento di Zeus in suo favore viene però parzialmente vanificato dalla stessa fanciulla che mangia alcuni semi di melograno non sapendo che ciò la condanna a rimanere nel triste luogo governato dal marito. La contesa tra Ade e Demetra viene risolta disponendo che Persefone trascorra parte dell’anno nell’oltretomba e parte nel regno della madre, riportando così ciclicamente nuova vita alla terra, in un perpetuo fecondo parto. Come si vede, nel mito che spiega l’alternanza delle stagioni tutto gira attorno a un frutto, il melograno, ambivalente simbolo di prosperità ma anche del continuo proliferare del regno dei morti.

Dante Gabriele Rossetti, Persephone, 1874 Londra, Tate Britain

Dante Gabriele Rossetti, Persephone, 1874
Londra, Tate Britain

Tutto quindi è trasformazione e mai morte. Niente cessa e tutto ritorna. Storie leggendarie, mescolate a evocazioni storiche, mistiche e realtà botaniche hanno fatto sì che l’oltretomba assumesse le fattezze di un giardino quale luogo più adatto per celebrare la memoria dei nostri cari. Non a caso un fiore, nelle sue più disparate forme, colori e dimensioni, diventa il mezzo con cui poter comunicare e rendere onore alla memoria del defunto. L’idea che il luogo pronto per accoglierci dopo la morte sia un giardino è d’altra parte antichissima. il luogo del trapasso, sia esso individuato nei Campi Elisi, nel Giardino dell’Eden o in quello delle Esperidi, è comunque uno spazio verde che “ci spetta e ci aspetta” a ricordo e dignità delle nostre primordiali radici.

Stefano Di Lazzaro

William Adolphe Bouguereau, Elegia, 1899 Collezione Privata

William Adolphe Bouguereau, Elegia, 1899
Collezione Privata