La perimetrazione della natura

Un excursus sulla storia del giardino non può che iniziare da un’analisi della struttura e del ruolo del giardino nell’Antico Egitto.

Nella storia dell’evoluzione umana, dall’abbandono della condizione nomade per l’adozione di un sistema di vita stanziale largamente fondato su un’economia agricola è derivata l’esigenza di difendere le colture dagli animali selvatici. L’uomo ha soddisfatto questa necessità costruendo recinti, protezioni e barriere e gettando così le basi per quelle che, nel tempo, sarebbero divenute le proprietà private. L’iniziale idea di definizione di un luogo in vista della soddisfazione di un fabbisogno personale si è lentamente arricchita di nuove finalità, prima fra tutte quella di creare all’interno dello spazio perimetrato oasi di sperimentazione botanica destinate alla bellezza e all’armonia.

Le prime rappresentazioni di giardini (intesi nell’accezione più moderna del termine, ossia di luogo privato perimetrato) hanno origini antichissime: le ricerche condotte permettono di supporre che, già a partire da 5000 anni fa, le civiltà insediate nel bacino mediterraneo e mediorientale avessero strutturato, accanto ai luoghi di coltura destinati alla produzione del nutrimento, quelli per il piacere della vista e dell’olfatto.

Il concetto di giardino nasce insomma molto prima dell’agricoltura estensiva e comunque tutto fa pensare che i primi spazi agricoli potessero (r)accogliere anche coltivazioni floreali; d’altronde, ancora oggi, la buona agricoltura consocia, tanto per fare un esempio, piante di rose sui capi delle vigne per preannunciare l’arrivo di malattie della vite e pianta l’aglio (allium sativum) in prossimità di colture soggette agli afidi per allontanarli.

Il giardino ideale Frammento dalla tomba di Nebamon (TT146), Tebe, XVIII dinastia Londra, British Museum Tra gli stupendi reperti provenienti dalla tomba di Nebamon, nome convenzionalmente attribuito a un funzionario vissuto sotto il regno di Thutmose IV e Amenofi III, si segnala la rappresentazione del giardino destinato ad allietare l’anima del defunto. Il giardino, in cui sono minuziosamente rap-presentati alberi, fiori, uccelli e pesci, si sviluppa attorno ad una piscina. Tra gli alberi, disposti in ordinata sequenza, si riconoscono la palma e il sicomoro. Nell’acqua sono presenti il loto azzurro e bianco oltre a una moltitudine di pesci rappresentati con realistica minuzia.

1 – Il giardino ideale
Frammento dalla tomba di Nebamon (TT146), Tebe, XVIII dinastia
Londra, British Museum
Tra gli stupendi reperti provenienti dalla tomba di Nebamon, nome convenzionalmente attribuito a un funzionario vissuto sotto il regno di Thutmose IV e Amenofi III, si segnala la rappresentazione del giardino destinato ad allietare l’anima del defunto. Il giardino, in cui sono minuziosamente rappresentati alberi, fiori, uccelli e pesci, si sviluppa attorno ad una piscina. Tra gli alberi, disposti in ordinata sequenza, si riconoscono la palma e il sicomoro. Nell’acqua sono presenti il loto azzurro e bianco oltre a una moltitudine di pesci dipinti con realistica minuzia.

Il giardino nell’antico Egitto

Grazie alle condizioni climatiche favorevoli e alla fertilità del terreno costantemente rinnovata dal Nilo, la civiltà dell’antico Egitto fu una delle prime a sviluppare una cultura del giardino. Le pitture parietali rinvenute nelle tombe (non solo di faraoni, ma anche di funzionari o comunque di personaggi illustri), testimoniano che, già nell’Antico e Medio Regno (3150-1785 a.C.), esistessero coltivazioni dalla struttura ben definita progressivamente destinate a sfociare in quello che, più avanti, sarebbe diventato il giardino di delizie.

Il continuo sviluppo delle tecniche colturali, i contatti con i popoli limitrofi e l’espansione territoriale fecero sì che queste strutture diventassero sempre più raffinate e sofisticate. Venne selezionata una sempre maggiore varietà di piante non solo provenienti dalle terre vicine, ma anche dallo scambio fra i territori interni dell’Alto e del Basso Egitto. Il confronto fra le pitture delle tombe risalenti alla IV-V dinastia e quelle databili tra la XVIII e XX (al di là dell’aspetto stilistico), consente una chiara lettura del passaggio da una fase in cui le colture impiegate si limitavano alla palma da dattero (Phoenix dactylifera), alla palma dum (Hyphaene thebaica), al sacro sicomoro (Ficus sycomorus) e all’Albero dell’Egitto (Mimusops schimperi appartenente al genere persea, un lontano parente dell’avocado), ad una fase più evoluta in cui cominciano a comparire anche piante d’importazione, come gli alberi di incenso (Boswellia sacra) arrivati dalla vicina Terra di Punt (l’attuale Corno d’Africa) per volontà della regina Haetsepsut.

Pergolato di vite al momento della vendemmia, (particolare della parete ovest) Tomba di Nakht (TT52) Necropoli tebana di Sheikh Abd el-Qurna XVIII dinastia La tomba di Nakht a Sheikh Abd el-Qurna ci ha restituito le più significative pitture egizie dedicate alla viticoltura con scene dedicate alle fasi della vendemmia, della spremitura dei grappoli, della conservazione del vino nelle anfore e della preparazione di un banchetto con grappoli offerti al de-funto. Nakht era scriba e astronomo presso il tempio di Amon a Karnak. La sua tomba risale alla XVIII Dinastia, tra la fine del regno di Thutmosis IV e l'inizio di quello di Amenhotep III.

2 – Pergolato di vite al momento della vendemmia, (particolare della parete ovest)
Tomba di Nakht (TT52) Necropoli tebana di Sheikh Abd el-Qurna
XVIII dinastia
La tomba di Nakht a Sheikh Abd el-Qurna ci ha restituito le più significative pitture egizie dedicate alla viticoltura con scene raffiguranti le fasi della vendemmia, della spremitura dei grappoli, della conservazione del vino nelle anfore e della preparazione di un banchetto con grappoli offerti al defunto. Nakht era scriba e astronomo presso il tempio di Amon a Karnak. La sua tomba risale alla XVIII Dinastia, tra la fine del regno di Thutmosis IV e l’inizio di quello di Amenhotep III.

Un’impronta essenzialmente mediterranea

Va tuttavia rilevato che le crescenti concessioni all’esotismo non riuscirono mai ad alterare l’impronta essenzialmente mediterranea del giardino egizio, una peculiarità garantita soprattutto dalla costante presenza della vite (Vitis vinifera) e da quella del fico (Ficus carica). È proprio dagli impianti e dalle tecniche colturali sviluppatesi nei secoli a carico di queste essenze ( Figure 2 e 3) che nascono le tipiche ossature del paesaggio mediterraneo: pergolati di uva sorretti dapprima da pali e poi da colonne sempre più strutturate, camminamenti e viali cinti da colture formali a spalliera o in vaso, in sintesi le basi dei più moderni giardini di impronta classica (romani e greci soprattutto).

Particolare della parete sud Tomba di Nakht (TT52) Necropoli tebana di Sheikh Abd el-Qurna XVIII dinastia

3 – Uva e vino nel banchetto per il defunto (particolare della parete sud)
Tomba di Nakht (TT52) Necropoli tebana di Sheikh Abd el-Qurna
XVIII dinastia

 Il ruolo dell’acqua nella progettazione del giardino egizio

Una così florida vegetazione, in un ambiente per sua natura difficile e aspro, non poteva prescindere dall’acqua. È’ lungo tutta la dorsale del Nilo, infatti, che si sviluppano i più pregevoli esempi di giardini domestici: nelle retrovie dell’argine del fiume, case di residenza (o anche di semplice soggiorno) e coltivazioni estensive punteggiavano il paesaggio creando un nastro vegetale in netto contrasto con il rossastro, brullo e roccioso entroterra. La presenza di canali di distribuzione era fondamentale per permettere l’irrigazione della suggestiva fascia verde e rudimentali impianti di sollevamento (shaduf) permettevano di approvvigionare quotidianamente le piante del loro fabbisogno idrico (Figure 5 e 6).

Ma l’acqua non si limitava a essere l’elemento fondamentale per la sussistenza delle coltivazioni: rinvenimenti archeologici, confermati dalle pitture tombali, dimostrano che essa era divenuta anche mezzo di diletto e abbellimento dei giardini. Nel periodo del Nuovo Regno (la fase di massima espansione dell’antica civiltà egizia, compresa tra il 1552 e il 1069 a.C.) è certa la presenza di vasche ornamentali e partizioni formali, secondo soluzioni in seguito riprese nei giardini rinascimentali e in quelli più contemporanei ad opera di grandi paesaggisti come Russel Page o Pietro Porcinai. L’acqua divenne insomma uno degli elementi portanti dell’ossatura del giardino, con i canali di irrigazione non più considerati semplice mezzo di distribuzione ma elementi di definizione della sua architettura. I bacini artificiali in cui il Nilo si insinuava si trasformarono ben presto in piscine private o ameni approdi per chi arrivava dal fiume, liquide delizie impreziosite da tempietti e isolotti, di gran moda soprattutto durante il regno delle dinastie più recenti (Figura 1). In un simile contesto, piante acquatiche autoctone come il loto (quello egizio, a differenza di quello indiano, appartiene alla famiglia delle ninfee Nymphaea) e il papiro (Cyperus papyrus), entrarono d’autorità a far parte della tessitura dei giardini (ricordiamo tutti l’episodio biblico in cui la cesta con il piccolo Mosè va a incagliarsi fra le canne e i papiri nel giardino della figlia del Faraone – Figura 4).

 

F. Goodall – Il ritrovamento di Mosè, 1885

4 – F. Goodall – Il ritrovamento di Mosè, 1885

Il giardino nella vita quotidiana

Dalla distribuzione dei canali d’irrigazione in reticoli pressoché ortogonali discendeva una generale regola di “armonia, simbiosi e colore in una struttura ben definita molto rigida e formale”. I padroni di casa partecipavano e godevano di questo insieme con una sorta di orgogliosa ostentazione e, al contempo, di gelosa protezione. Dalle informazioni raccolte grazie alle scoperte archeologiche emerge infatti un quadro in cui, pur essendo il giardino l’elemento di rappresentanza della casa – e, in quanto tale, destinato all’intrattenimento degli ospiti – il suo angolo più bello e appartato era molto spesso destinato a ospitare il nucleo abitativo, assolutamente privato, intimo, e proporzionalmente molto più piccolo rispetto al resto della proprietà.

La predilezione degli antichi egizi per il giardino si riversò anche all’interno degli edifici nobiliari e religiosi, determinando la moda dei soffitti e dei pavimenti che riproducevano i luoghi della letizia vegetale. Accanto a essi il gusto dell’epoca imponeva l’inserimento di elementi architettonici decorati da motivi naturalistici, come, ad esempio, la profusione di colonne terminanti in strepitosi capitelli a foggia di loti e papiri, simboli dell’incessante processo di rinascita che il Nilo donava alle sue terre.

Uso dello shaduf (part.) Tomba dello scultore reale Ipuy (TT217), Deir el-Medina. XIX Dinastia. Lo shaduf era utilizzato per pescare acqua da fiumi e laghi e innaffiare le coltivazioni o alimentare i canali di irrigazione posti a un livello più alto.

5 – Uso dello shaduf (part.)
Tomba dello scultore reale Ipuy (TT217), Deir el-Medina. XIX Dinastia.
Lo shaduf era utilizzato per pescare acqua da fiumi e laghi e innaffiare le coltivazioni o alimentare i canali di irrigazione posti a un livello più alto.

Oltre la vita

La predilezione degli antichi egizi per il giardino si esplicita anche nel desiderio di poter godere in eterno di quell’ameno ristoro. Questo il senso delle numerose vedute di giardini dipinte all’interno delle camere sepolcrali: il più squisito dei piaceri terreni nell’immortalità dell’oltretomba.

(Fine della prima parte. Continua)

Sir J. G. Wilkinson – Ricostruzione moderna dell’uso dello shaduf, 1878, da “The Manners and Customs of the Ancient Egyptians Vol. I, p. 279 Un’illustrazione del XIX secolo spiega con chiarezza la modalità di funzionamento dello shaduf, attrezzo di fondamentale importanza nello sviluppo dell’agricoltura della civiltà egizia. Lo shaduf era composto da due pali, uniti in alto da un'asse su cui poggiava una lunga pertica ai cui estremi erano collocati un masso e un secchio. Grazie a questo semplice quanto ingegnoso marchingegno un solo uomo riusciva a raccogliere e sollevare sino a 3000 litri d'acqua al giorno.

6 – Sir J. G. Wilkinson – Ricostruzione dell’uso dello shaduf, 1878, da “The Manners and Customs of the Ancient Egyptians Vol. I, p. 279
Un’illustrazione del XIX secolo spiega con chiarezza la modalità di funzionamento dello shaduf, attrezzo di fondamentale importanza nello sviluppo dell’agricoltura della civiltà egizia. Lo shaduf era composto da due pali, uniti in alto da un’asse su cui poggiava una lunga pertica ai cui estremi erano collocati un masso e un secchio. Grazie a questo semplice quanto ingegnoso marchingegno un solo uomo riusciva a raccogliere e sollevare sino a 3000 litri d’acqua al giorno.

Nebamon a caccia con moglie e figlia Frammento dalla tomba di Nebamon (TT146), Tebe, XVIII dinastia Londra, British Museum La cosiddetta Scena della caccia è sicuramente uno dei capolavori della pittura egizia a noi pervenuti. Nella barca di papiro che scivola lungo le acque del Nilo si vedono, oltre al nobile Nebamon, anche la moglie, la figlia e il gatto di casa. Ricca e minuziosa la rappresentazione dell’ambiente fluviale, con i loti e i papiri, i pesci che nuotano sotto la barca e gli stormi di uccelli in volo.

7 – Nebamon a caccia con moglie e figlia
Frammento dalla tomba di Nebamon (TT146), Tebe, XVIII dinastia
Londra, British Museum
La scena della caccia di Nebamon è sicuramente uno dei capolavori della pittura egizia a noi pervenuti. Nella barca di papiro che scivola lungo le acque del Nilo si vedono, oltre al nobile Nebamon, la moglie, la figlia e il gatto di casa. Ricca e minuziosa la rappresentazione dell’ambiente fluviale, con i loti e i papiri, i pesci che nuotano sotto la barca e gli stormi di uccelli in volo.