Opere d'arte antica a trattativa privata

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FRANCESCO DA TOLENTINO

(Italia centrale e meridionale, fine del XV – prima metà del XVI secolo)

Polittico

Tempera e olio su tela, cm 228 x 140

Provenienza:
Ex Sotheby’s, Asta del 3 dicembre 1991, lotto 218; sul retro, come riportato in catalogo, era apposta un’etichetta che riportava la seguente dicitura: Quadro… in una delle sale del Palazzo Colonna… li 3 agosto 188(?)4.

DESCRIZIONE

Come riportato nel catalogo delle opere battute da Sotheby’s a Milano (3 dicembre 1991), il polittico è stato attribuito dal prof. Pier Luigi Leone de Castris a Francesco da Tolentino.
Questo dipinto, realizzato all’inizio del terzo decennio del Cinquecento, costituisce una delle poche opere note del pittore originario di Tolentino e attivo in Italia centrale e meridionale tra la fine del XV e la prima metà del XVI secolo. La ricostruzione del suo iter artistico si è basata sul confronto con le sole opere autografe, due polittici, datati e firmati, dipinti per il santuario di S. Maria a Parete a Liveri, presso Nola, nel 1525. Tuttora è ignota la sua formazione che come si evince anche da questa tavola subì l’influenza del Perugino.

Lo scomparto centrale del polittico rappresenta una Madonna col Bambino tra i ss. Giacomo Maggiore e Giovanni Battista. Nella predella, invece, si riconoscono più scene e rispettivamente: il Miracolo dell’impiccato – uno dei tanti racconti tratti dalla vita di san Giacomo -, la Decollazione del Battista e al centro Cristo tra i santi Pietro e Paolo. In alto, infine, campeggia la scena della Resurrezione.

Francesco da Tolentino
Di questo pittore, originario di Tolentino, come attesta il nome, e attivo in Italia centrale e meridionale tra la fine del XV e la prima metà del XVI secolo, non si conoscono attualmente gli estremi biografici.
La prima opera attribuitagli, sulla base di una indicazione del Berenson, è la decorazione ad affresco della cappella di S. Catervo nell’omonimo duomo di Tolentino. Da questa prima opera si denota una perfetta integrazione con la composita cultura figurativa marchigiana di inizio Cinquecento, influenzata da pittori della cerchia umbro-urbinate quali Giovanni Santi, Giusto di Gand, Perugino e Pinturicchio. A tali caratteri si aggiunga l’importanza della presenza in diversi centri delle Marche delle opere del veneziano Crivelli e, a Loreto, del cortonese Luca Signorelli.
Dalla commistione di questi elementi, dall’eleganza peruginesca e dal decorativismo del Crivelli, Francesco sembra ricavare la cifra stilistica che caratterizzerà tutto il suo percorso artistico.
Lasciò molto giovane le Marche per l’Umbria, e in seguito si trasferì nel Sud Italia: dapprima in Campania, tra Napoli e vari centri periferici, e poi in Puglia (Agro Nolano, Melfi, Serracapriola). A Melfi, in particolare, dipinse un trittico per la Cattedrale.
Fu forse allievo di Pietro Paolo Agabiti, ma in esso si scorge anche l’influenza di Antonio Solario e della scuola umbra in genere.

FRANÇOIS PERRIER

(Salins, 1590 – Parigi, 1650)

Salvataggio di Pirro

Olio su tela, cm 116 x 158

DESCRIZIONE

François Perrier, detto il Borgognone per le sue origini, si formò a Ligne prima di arrivare a Roma dove rimase influenzato dallo stile di Giovanni Lanfranco. Tornato in Francia, dopo un beve soggiorno a Lione, si stabilì a Parigi. Qui lavorò a fianco di Simon Vouet ed ebbe come allievo Charles Le Brun.

Nella città pontificia, il pittore si distinse, oltre che nelle decorazioni dei soffitti di palazzo Peretti, anche come incisore, pubblicando alcune raccolte di acqueforti raffiguranti statue e bassorilievi antichi.
Le sue opere risentono del forte impianto barocco con l’inserimento di elementi classici così come si riscontra nella tela qui presentata, il Salvataggio di Pirro. Come narra Plutarco, il bambino, futuro re dell’Epiro, fu trasportato in Illiria, dopo la morte del padre.
Qui è raffigurato il momento in cui, fuori dalla reggia di Glaucia, tre valorosi giovani, che avevano salvato il fanciullo, lottano per esso e le nutrici, sulla destra, piangenti, attendono che gli sia data accoglienza.
L’opera è firmata col monogramma del pittore “FP” sulla pietra in basso a sinistra che uno dei soldati sta
per scagliare.

GIOVAN BATTISTA GAULLI, DETTO IL BACICCIO

(Genova, 1639 – Roma, 1709)

Ritratto di Alessandro VII Chigi

Olio su tela, cm 90 x 78

DESCRIZIONE

Il dipinto in esame, recentemente comparso sul mercato italiano (Dipinti antichi e dell’Ottocento, Wannenes, 3.12.2013) è una replica autografa del ritratto di papa Alessandro VII Chigi conservato alla National Gallery for Foreign Art di Sofia, reso noto da Francesco Petrucci; lo stesso studioso pubblica il nostro dipinto, proveniente dalla collezione Chigi Albani Della Rovere di Castel Fusano, come una versione autografa del Gaulli (Francesco Petrucci, Baciccio. Giovan Battista Gaulli 1639 – 1709, Roma 2009. pp. 147).

Riscoperto nel 2009 dallo stesso Petrucci a Sofia e pubblicato nella monografia succitata, il prototipo bulgaro, già in collezione Messinger (raccolta dispersa nel 1918 a seguito di un’asta pubblica tenuta a Monaco) venne reso noto assieme a una seconda tela ritrovata nella stessa circostanza, il ritratto di Mario Chigi, fratello di Alessandro VII, oggi conservato nel medesimo museo della capitale bulgara.
I due ritratti di Sofia, soprattutto quello del pontefice Chigi, sono in effetti dei capisaldi della ritrattistica barocca, una sorta di contraltare alla coeva scultura berniniana al quale infatti sovente sono accostati.
L’elevata qualità intrinseca dell’Alessandro VII di Sofia consente di individuare nella nostra versione una stesura pittorica sempre altissima e risulta agevole riconoscere la mano del maestro tanto nella perfetta definizione del ritratto che nella stesura delle vesti pontificali.
La delicatezza sfumata e la luminosità cangiante del cromatismo del Gaulli, che riesce a fare di un ritratto ufficiale la massima espressione del naturalismo barocco, nella nostra versione appaiono evidenti soprattutto nel volto e nelle mani del pontefice; la mozzetta e la berretta cardinalizia mostrano una stesura appena meno vibrata rispetto al prototipo bulgaro, ma si tratta di una materia sempre smaltata, con un forte controllo della luce, che conferisce solidità alla figura nel suo complesso, segno inequivocabile di un dipinto autografo.
Dato che Petrucci colloca il prototipo dell’Alessandro VII di Sofia al 1666, è ragionevole pertanto pensare che la nostra replica possa essere datata poco dopo, al massimo entro il 1670.
Come pubblicato, la replica autografa Chigi introduce sette coppie di bottoni rispetto alle sei della versione di Sofia, come pure un allungamento della mozzetta; il dipinto secondo l’autore dovrebbe provenire quasi certamente da casa Colonna, in base alla amichevole consuetudine tra Flavio Chigi e il principe Lorenzo Onofrio Colonna. (Petrucci, op. cit., p. 365, A9a)
Del ritratto del pontefice Chigi esistono numerose repliche e copie; si citano le versioni del Museo Civico di Udine (Petrucci, op. cit., p. 364, A9) e della Walters Art Gallery di Baltimora; copie di buona fattura sono segnalate nei depositi del Museo Civico di Siena, presso il Nationalmuseum di Stoccolma, la pinacoteca del palazzo Chigi di Ariccia.

GIOVANNI FRANCESCO GRIMALDI

(Bologna, 1606 – Ivi, 1680)

Paesaggio con Tobiolo e l’arcangelo

Olio su tela, cm 97 x 133,4
Provenienza: Collezione privata

DESCRIZIONE

Questo dipinto è un tipico esempio di paesaggio ideale in cui ogni singolo elemento naturale viene inserito in una composizione perfettamente calibrata. La perfetta fusione tra i personaggi sacri dipinti – Tobiolo e l’arcangelo -, la loro storia e il rapporto con il paesaggio circostante sono parte di quella ricerca dell’equilibrio formale e della bellezza idilliaca che gli specialisti nella pittura di paesaggio cercheranno di approfondire e di ricreare idealmente nelle loro tele.

Il quadro, in perfetto stato di conservazione, è stato dipinto probabilmente intorno agli anni sessanta del Seicento quando l’artista, già reduce da diversi anni dal cantiere della chiesa di S. Martino ai Monti, fu impegnato in una serie di opere da cavalletto per importanti esponenti della classe nobiliare.

Giovanni Francesco Grimaldi
Bologna, 1606 – Ivi, 1680

Pittore principalmente di storie e di paesaggi, dal colore forte e dall’abbondante uso del verde, con il tempo si specializzerà molto nella pittura illusoria e di decorazione. La sua formazione, avvenuta tra Bologna, città dove nacque, e Roma, si pone nel solco dei Carracci che rappresentavano una delle principali scuole pittoriche del XVII secolo.

Ercole Graziani - Il Trionfo della Virtù

ERCOLE GRAZIANI JUNIOR

(Bologna, 1688 – 1765)

Il Trionfo della Virtù

Olio su tela, cm 233 x 207,5

DESCRIZIONE

La tela in esame, di grandi dimensioni e corredata da cornice, è da ricondurre all’ambito del Rococò bolognese. Faceva forse parte di una serie più ampia di dipinti a tema allegorico, probabilmente destinati a decorare un unico salone.
Protagonista della scena è la personificazione in figura femminile della Virtù: seduta su un elegante carro dorato trainato da tre putti, ella regge con la mano sinistra una corona di alloro, attributo della vittoria, con la destra una lancia.
L’angioletto in volo che con una tromba annuncia il trionfo della Virtù ricorda, per alcuni elementi fisiognomici – come la forma delle labbra, il taglio degli occhi e le guance paffute – il cherubino in alto a sinistra della Sacra famiglia (basilica di San Francesco, Bologna), opera dello stesso autore.
Sullo sfondo si erge un’architettura in stile classico.

Ercole Graziani Junior
Bologna, 1688 – Ivi, 1765

Ercole Graziani Junior nacque a Bologna nel 1688 da genitori umili, rimasto orfano di padre fu affidato ad un parente affinché apprendesse l’arte dell’oreficeria ma, avendo manifestato una forte propensione per il disegno e la pittura, ritornò a casa della madre e si dedicò al disegno.
Entrò a Palazzo Fava dove il conte Pietro Ercole accoglieva tutti i giovani artisti bolognesi che volevano studiare e copiare le opere di Carracci o quelle in collezione. Gli anni a Palazzo, sotto il mecenatismo del conte Ercole e la guida del suo maestro Donato Creti, furono fondamentali per la sua formazione riuscendo a risalire alle fonti della pittura bolognese così in auge in quel circolo culturale.
La sua prima produzione artistica annoverava opere esemplate su quelle del maestro, con il quale spesso veniva confuso, come ad esempio Lot e le sue figlie e Susanna con i vecchioni, entrambe conservate alla Pinacoteca Nazionale di Bologna. In un secondo momento si avvicina a Lorenzo Pasinelli e la sua pittura comincia ad avere caratteri aulici.
Negli anni trenta del XVIII Graziani produsse opere molto importanti sia a carattere sacro, come Madonna con Bambino e sant’Irene, ora a Bruxelles, che profano.
Furono proprio le produzioni degli ultimi anni ad accrescere il suo prestigio tra i colleghi e le nuove generazioni tant’è che Ubaldo Gandolfi, alla morte di Torelli, deciderà di continuare il suo apprendistato presso Ercole Graziani.
Nel 1727 fu eletto direttore dell’Accademia Clementina insieme a Creti e altri pittori, nel 1730 ne divenne principe. Seguirono poi diversi anni in cui fu eletto ancora direttore finchè, nel 1751, fu di nuovo eletto principe.
Negli ultimi anni della sua vita ricevette semestralmente denaro da Valerio Boschi per impartire lezioni di disegno a Gaetano Vascellani.
Morì nella città natale nel 1765.

Ercole Graziani - La Virtù scaccia il Vizio

ERCOLE GRAZIANI JUNIOR

(Bologna, 1688 – 1765)

La Virtù scaccia il Vizio

Olio su tela, cm 233 x 182

DESCRIZIONE

La tela in esame, di grandi dimensioni e corredata da cornice, è da ricondurre all’ambito del Rococò bolognese. Faceva forse parte di una serie più ampia di dipinti a tema allegorico, probabilmente destinati a decorare un unico salone.
Quello qui raffigurato è il momento in cui la Virtù sconfigge il Vizio.
La prima, accompagnata dai canonici attributi quali la ghirlanda di alloro e la lancia, sta per schiacciare con il piede destro la testa del Vizio, decretandone la sconfitta. È aiutata nell’azione da un putto alato che contribuisce a fare forza sul nemico utilizzando l’arco che ha in mano come arma.
Il Vizio, raffigurato nella personificazione di un uomo dalla pelle rossastra, con un manto rosso, è rappresentato soggiogato dalla Virtù, compaiono oggetti alludenti ai piaceri della vita e in generale al vizio, tra i quali si scorgono uno specchio, una maschera e carte da gioco sparse sul pavimento.
Sullo sfondo si scorge il basamento di una colonna.

Ercole Graziani Junior
Bologna, 1688 – Ivi, 1765

Ercole Graziani Junior nacque a Bologna nel 1688 da genitori umili, rimasto orfano di padre fu affidato ad un parente affinché apprendesse l’arte dell’oreficeria ma, avendo manifestato una forte propensione per il disegno e la pittura, ritornò a casa della madre e si dedicò al disegno.
Entrò a Palazzo Fava dove il conte Pietro Ercole accoglieva tutti i giovani artisti bolognesi che volevano studiare e copiare le opere di Carracci o quelle in collezione. Gli anni a Palazzo, sotto il mecenatismo del conte Ercole e la guida del suo maestro Donato Creti, furono fondamentali per la sua formazione riuscendo a risalire alle fonti della pittura bolognese così in auge in quel circolo culturale.
La sua prima produzione artistica annoverava opere esemplate su quelle del maestro, con il quale spesso veniva confuso, come ad esempio Lot e le sue figlie e Susanna con i vecchioni, entrambe conservate alla Pinacoteca Nazionale di Bologna. In un secondo momento si avvicina a Lorenzo Pasinelli e la sua pittura comincia ad avere caratteri aulici.
Negli anni trenta del XVIII Graziani produsse opere molto importanti sia a carattere sacro, come Madonna con Bambino e sant’Irene, ora a Bruxelles, che profano.
Furono proprio le produzioni degli ultimi anni ad accrescere il suo prestigio tra i colleghi e le nuove generazioni tant’è che Ubaldo Gandolfi, alla morte di Torelli, deciderà di continuare il suo apprendistato presso Ercole Graziani.
Nel 1727 fu eletto direttore dell’Accademia Clementina insieme a Creti e altri pittori, nel 1730 ne divenne principe. Seguirono poi diversi anni in cui fu eletto ancora direttore finchè, nel 1751, fu di nuovo eletto principe.
Negli ultimi anni della sua vita ricevette semestralmente denaro da Valerio Boschi per impartire lezioni di disegno a Gaetano Vascellani.
Morì nella città natale nel 1765.

Ercole Graziani - La Superbia oltraggia la Virtù

ERCOLE GRAZIANI JUNIOR

(Bologna, 1688 – 1765)

La Superbia oltraggia la Virtù

Olio su tela, cm 233 x 182,5

DESCRIZIONE

La tela in esame, di grandi dimensioni e corredata da cornice, è da ricondurre all’ambito del Rococò bolognese. Faceva forse parte di una serie più ampia di dipinti a tema allegorico, probabilmente destinati a decorare un unico salone.
Protagoniste della scena sono le personificazioni della Virtù e della Superbia.
Quest’ultima è rappresentata con i suoi attributi tradizionali: il pavone sul ginocchio sinistro e lo specchio, in cui è intenta a contemplarsi, nella mano destra. Con il piede destro è colta nell’atto si scacciare la Virtù, che si difende contrapponendogli la lancia.
In cielo un putto alato sta ad indicare la giustizia: con una mano regge infatti una bilancia del tipo a bracci uguali, simbolo di ponderatezza; nell’altra mano ha la spada impugnata rivolta verso il basso, simbolo del potere che la giustizia deve utilizzare per fare rispettare le proprie sentenze.
In secondo piano si scorgono dei basamenti di colonne.

Ercole Graziani Junior
Bologna, 1688 – Ivi, 1765

Ercole Graziani Junior nacque a Bologna nel 1688 da genitori umili, rimasto orfano di padre fu affidato ad un parente affinché apprendesse l’arte dell’oreficeria ma, avendo manifestato una forte propensione per il disegno e la pittura, ritornò a casa della madre e si dedicò al disegno.
Entrò a Palazzo Fava dove il conte Pietro Ercole accoglieva tutti i giovani artisti bolognesi che volevano studiare e copiare le opere di Carracci o quelle in collezione. Gli anni a Palazzo, sotto il mecenatismo del conte Ercole e la guida del suo maestro Donato Creti, furono fondamentali per la sua formazione riuscendo a risalire alle fonti della pittura bolognese così in auge in quel circolo culturale.
La sua prima produzione artistica annoverava opere esemplate su quelle del maestro, con il quale spesso veniva confuso, come ad esempio Lot e le sue figlie e Susanna con i vecchioni, entrambe conservate alla Pinacoteca Nazionale di Bologna. In un secondo momento si avvicina a Lorenzo Pasinelli e la sua pittura comincia ad avere caratteri aulici.
Negli anni trenta del XVIII Graziani produsse opere molto importanti sia a carattere sacro, come Madonna con Bambino e sant’Irene, ora a Bruxelles, che profano.
Furono proprio le produzioni degli ultimi anni ad accrescere il suo prestigio tra i colleghi e le nuove generazioni tant’è che Ubaldo Gandolfi, alla morte di Torelli, deciderà di continuare il suo apprendistato presso Ercole Graziani.
Nel 1727 fu eletto direttore dell’Accademia Clementina insieme a Creti e altri pittori, nel 1730 ne divenne principe. Seguirono poi diversi anni in cui fu eletto ancora direttore finchè, nel 1751, fu di nuovo eletto principe.
Negli ultimi anni della sua vita ricevette semestralmente denaro da Valerio Boschi per impartire lezioni di disegno a Gaetano Vascellani .
Morì nella città natale nel 1765.

MARCO RICCI

(Belluno, 1676 – Ivi, 1729)

Foro Romano

Olio su tela, cm 100 x 140
Provenienza: Collezione privata

DESCRIZIONE

Questo dipinto, realizzato probabilmente quando il pittore era a Roma, è un capriccio che raffigura il Foro Romano – si riconoscono la mole del Tempio di Antonino Pio e Faustina sulla sinistra, il Tempio di Vesta al centro e parte del portico neroniano – espresso con grande enfasi drammatica, privilegiando i toni bruni del colore e il chiaroscuro marcato.

La pennellata vibrante, unita al tocco realistico tipico del suo stile, conferiscono al quadro una lettura quasi romantica che il pittore aveva appreso dalle tele di Rosa. L’albero sulla sinistra che si piega sotto la forza del suo stesso peso è una citazione che ritorna in altre opere dell’artista.

PIERRE LE GROS (attrib.)

(Parigi, 1666 – Roma, 1719)

Coppia di leoni

Bronzo dorato, cm 13 x 28

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I due leoni, seppure apparentemente uguali, presentano delle differenze nel modellato e nell’espressione, tali da costituire due opere distinte sebbene concepite come un unicum inscindibile.
Realizzati con la tecnica della fusione “a cera persa”, e rifiniti mediante un’accuratissima opera di bulino a freddo, queste sculture costituiscono un esempio straordinario di elevatissima qualità sia nel modellato che nell’esecuzione tecnica. Restano, inoltre, traccia della doratura a mercurio a cui la coppia di leoni è stata sottoposta dopo il lavoro a bulino.

Da un punto di vista stilistico, queste due opere della bronzistica romana vanno ascritte, con tutta probabilità, alla mano di Pierre Le Gros che le realizzò a Roma dopo il suo trasferimento da Parigi. In particolare è documentato che lo scultore eseguì numerose commissioni per Livio Odescalchi, nipote prediletto di Innocenzo XI, e precisamente opere di piccole e medie dimensioni in bronzo e in argento.

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